Mario Dondero

Un fotografo curioso del mondo, purtroppo scomparso nel 2015.

Mario Dondero è stato uno dei più importanti fotoreporter italiani del secondo Novecento, capace di attraversare epoche, confini e movimenti culturali con uno sguardo sempre attento all’umanità delle persone ritratte. Nato a Milano nel 1928 e scomparso nel 2015, Dondero ha incarnato una figura di fotografo profondamente etico, curioso del mondo e animato da un forte impegno civile. La sua opera non si limita alla documentazione dei fatti, ma diventa racconto partecipe, testimonianza diretta della storia e delle trasformazioni sociali del suo tempo.

Dondero iniziò la sua attività nel secondo dopoguerra, un periodo di grandi fermenti politici e culturali. Si avvicinò presto agli ambienti intellettuali e artistici, frequentando scrittori, registi, giornalisti e attivisti. La sua formazione fu in gran parte autodidatta: più che dalle scuole, imparò dalle strade, dai viaggi, dagli incontri. Questo approccio diretto alla realtà divenne una cifra stilistica costante del suo lavoro. Non cercava la perfezione formale, ma l’autenticità del momento.

Uno dei capitoli più noti della sua carriera è legato a Parigi, città in cui si trasferì negli anni Cinquanta. Qui entrò in contatto con l’ambiente culturale francese e internazionale, realizzando nel 1959 uno scatto diventato iconico: la fotografia del gruppo del cosiddetto “Nouveau Roman” davanti alla sede delle Éditions de Minuit. In quell’immagine compaiono figure come Samuel Beckett, Alain Robbe-Grillet e Claude Simon. La foto non è soltanto un ritratto collettivo di grandi scrittori, ma il simbolo di un’epoca di rinnovamento letterario, catturata con naturalezza e complicità.

Parallelamente al lavoro culturale, Dondero si dedicò con grande intensità al reportage sociale e politico. Viaggiò in Africa, America Latina, Medio Oriente ed Europa dell’Est, documentando guerre, rivoluzioni, processi di decolonizzazione e movimenti di liberazione. Fu in Algeria durante la guerra d’indipendenza, in Vietnam, a Cuba, in Cile dopo il colpo di Stato. Il suo sguardo non era mai sensazionalistico: cercava piuttosto di restituire la dignità delle persone coinvolte nei conflitti, mettendo al centro le vite quotidiane, gli sguardi, i gesti.

In Italia collaborò con importanti testate come L'Unità, Il Giorno e Il Manifesto, contribuendo a costruire un’immagine visiva delle trasformazioni del Paese negli anni del boom economico e delle tensioni sociali. Fotografò operai, studenti, manifestazioni politiche, ma anche scrittori e artisti. Tra i suoi ritratti celebri vi sono quelli di Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino e Alberto Moravia. In queste immagini emerge la capacità di Dondero di instaurare un dialogo silenzioso con il soggetto, cogliendone la complessità senza artifici.

Un tratto distintivo del suo lavoro è l’attenzione alla dimensione collettiva. Anche quando ritraeva una singola persona, Dondero la collocava in un contesto più ampio, suggerendo legami sociali, culturali e politici. Le sue fotografie sono spesso caratterizzate da una composizione semplice, da un uso naturale della luce e da una predilezione per il bianco e nero, che conferisce alle immagini un senso di sobrietà e intensità.

Oltre al valore artistico, l’opera di Dondero ha un forte significato storico. Le sue immagini costituiscono un archivio visivo prezioso per comprendere il Novecento: dalle lotte operaie alle rivoluzioni studentesche, dai fermenti letterari ai conflitti internazionali. Non si limitò a documentare eventi straordinari, ma raccontò anche la vita quotidiana, i margini, le periferie, dando voce a chi raramente trovava spazio nei media ufficiali.

Negli ultimi decenni della sua vita, Dondero continuò a viaggiare e a fotografare, mantenendo intatta la curiosità degli esordi. Ricevette numerosi riconoscimenti, ma rimase sempre legato a un’idea di fotografia come servizio alla verità e alla memoria collettiva. Il suo impegno civile non fu mai retorico: si tradusse in una presenza costante nei luoghi di tensione e cambiamento, in una partecipazione umana prima ancora che professionale.

La figura di Mario Dondero rappresenta dunque un modello di fotogiornalismo etico e militante. In un’epoca in cui l’immagine rischia spesso di diventare consumo rapido, il suo lavoro invita a rallentare, a osservare con attenzione, a riconoscere la complessità del reale. Le sue fotografie non impongono una verità, ma aprono uno spazio di riflessione, stimolano domande, conservano la memoria.

Attraverso il suo obiettivo, Dondero ha raccontato non solo i grandi protagonisti della cultura e della politica, ma anche le persone comuni, restituendo loro centralità e dignità. È questa capacità di unire storia e umanità, impegno e poesia, che rende la sua opera ancora oggi attuale e necessaria.